Dan Voinea e il suo dipinto intitolato chef ...
Un'opera che forse dice più di 1000 parole l'artista Rumeno Dan Voinea col suo dipinto intitolato chef
apre uno squarcio sul mondo finto patinato delle cucine come vi fanno vedere in Tv-
Sulla tela non c’è un criminale, né un uomo sconfitto dalla giustizia. C’è, semplicemente, uno chef.
Giacca bianca, canovaccio sulla spalla, cucchiaio e coltello infilati nella divisa come strumenti di lavoro, come un'estensione naturale del corpo. Tutto evoca cucina, tecnica, disciplina e spirito di servizio. Eppure, al centro dell’immagine, a spezzare questa normalità, spiccano loro: le manette.
È in questo dettaglio che il significato dell'opera si capovolge. Perché quello chef non è incatenato per una colpa singola; le ragioni dietro quel metallo sono mille.
Porta le manette per i turni estenuanti e gli orari infiniti.
Porta le manette per i sacrifici pretesi come assoluta normalità.
Porta le manette per il peso schiacciante della responsabilità.
Porta le manette per i bilanci e i conti che non quadrano mai.
Porta le manette per le pretese di clienti che esigono tutto, subito e perfetto, ignorando il lavoro sommerso e il sacrificio che c'è dietro.
Porta le manette per la carenza di personale, la pressione frenetica del servizio, il rincaro delle materie prime, gli affitti, la tirannia delle recensioni facili e l'obbligo di dover sorridere mentre, dentro, si crolla.
Porta le manette, infine, per un motivo ancora più profondo: perché in cucina, troppo spesso, chi crea, chi nutre, chi modella la bellezza e l'ordine dal caos, finisce per diventare prigioniero dello stesso sistema che dovrebbe valorizzarlo.
L’opera, allora, smette di essere il semplice ritratto di un cuoco e diventa il manifesto di una condizione. Mostra la feroce contraddizione di un mestiere nobile, celebrato a parole ma logorato nei fatti. Mostra un professionista fiero, ma immobilizzato come un colpevole.
È qui che la tela si fa quasi profetica. Se consideriamo la sua genesi, l'intuizione di Dan Voinea ha anticipato i tempi, catturando prima di molti altri una verità che oggi è sotto gli occhi di tutti: la cucina, pur rimanendo passione, arte e orgoglio, può trasformarsi in una forma di prigionia.
Quelle manette non sono un vezzo decorativo né una provocazione fine a se stessa. Sono il simbolo di tutto ciò che questo mondo pretende, stringe, consuma e trattiene a sé.
Ma il vero dramma racchiuso nel quadro risiede nel silenzio del protagonista: quell’uomo non si ribella. Sembra quasi aver accettato il proprio giogo, consapevole che, per chi vive questo mestiere fino in fondo, la libertà e la cucina sono destinate a non camminare mai insieme.

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