Ristorazione e Lavoro stagionale

 Ristorazione e Lavoro stagionale 

lavoro stagionale nella ristorazione per cuochi e camerieri oggi ha ancora un senso o solo schiavi a tempo determinato.


Per decenni abbiamo considerato il lavoro stagionale come una 'trincea necessaria' per formarsi, una scuola d'urto dove si imparava il rigore, la gerarchia e la resistenza. Era un patto non scritto: io ti do il mio sangue per 4 mesi, tu mi dai una formazione che mi renderà un gigante per i restanti 8.
​Oggi quel patto è rotto. Da un lato abbiamo un'imprenditoria (una parte) che spesso ha scambiato l'efficienza con lo sfruttamento, dimenticando che un cuoco, un cameriere non è un ingranaggio ma un essere umano, cuore economico e mente dell'azienda. Dall'altro, una nuova generazione che vede la ristorazione non più come un 'alfabeto di fatica e fumo' da imparare, ma uno sperato palcoscenico mediatico immediato, con annessa impossibilità di accesso alla dimora e al credito.
​Il risultato? Il 'posto fisso' (mense, hotel corporate, collettività) è diventato l'unico rifugio per chi vuole una vita oltre il grembiule. La stagione, invece di essere l'eccellenza e il dinamismo, rischia di diventare la terra di nessuno dove mancano i maestri prima ancora dei ragazzi.
​Non mancano i lavoratori, manca la visione sistemica, manca il rinnovamento della regola. Senza un approccio al rigore della formazione più moderno e a una gestione aziendale che sappia far quadrare i conti senza bruciare le persone, la 'stagione' resterà solo un'emergenza da gestire ogni aprile.
​La domanda è: siamo ancora in grado di offrire ai giovani un mestiere che sia 'dignità' e non solo 'sopravvivenza'?"